Alla scoperta dei quartieri di Roma con il turismo sociale

“Gli uomini non possono vedere nulla intorno a sé che non sia il loro proprio viso: tutto parla loro di loro stessi. Anche il loro paesaggio ha un’anima».

(K. Marx). Questa frase è citata da Guy Debord nella sua celebre Teoria Psicogeografica della Deriva: «La deriva (psicogeografica) è una tecnica di passaggio veloce attraverso diversi ambienti» e: «Una o più persone che praticano la deriva rinunciano – per una durata di tempo più o meno lunga – alle ragioni di spostarsi e di agire che sono generalmente abituali, per lasciarsi andare alle sollecitazioni del terreno e agli incontri che vi corrispondono».

La città, la metropoli, ma anche spazi più piccoli ma magici per il loro perdersi nel tempo come certi paesi in Basilicata (penso ad Aliano, dove da alcuni anni il poeta Franco Arminio promuove il “festival della paesologia” nel paesaggio lunare dei calanchi) si prestano alle derive, per scoprire strade e racconti nascosti perché diffusi e, a volte, interstiziali.

Roma ha 15 Municipi, 22 rioni, 35 quartieri, 6 suburbi, 52 Zone dell’agro romano. Una popolazione di poco meno di 3 milioni. Di questa, circa 150 mila vivono nel cosiddetto centro storico, ormai quindi svuotato e reso simulacro di un passaggio utile giusto per il tempo di un selfie e di un pasto in uno dei tantissimi, e fintissimi, ristoranti nell’angolo del Tridente.

«Roma resta l’indiscussa capitale del turismo italiano con quasi 20 milioni di arrivi e 40 milioni di presenze l’anno. Ma rischia di diventare sempre di più la capitale dei turisti low cost, mordi e fuggi. Gli ultimi numeri continuano a mostrare sempre il segno più, ma ci sono almeno due campanelli di allarme: si riduce lentamente e inesorabilmente la permanenza dei turisti, che si fermano a Roma ormai poco più di due giorni (2,3 a maggio) e cala la spesa, in particolare quella dei turisti stranieri» (Il Sole 24 Ore agosto 2017)

Interessanti sono anche i risultati dell’“Analisi del contesto economico di Roma” effettuata dal ministero dello Sviluppo Economico e nel 2017. Il rapporto spiega come in riferimento alla cosiddetta Mice Industry (Meetings, Incentives, Conferences, and Events) – che rappresenta “una componente ad alto valore aggiunto della filiera turistica” con una spesa media giornaliera pro-capite 5 volte più alta di quella di un turista tradizionale – Roma si posizioni solo 20esima come numero di eventi nonostante le enormi potenzialità da sfruttare. Non solo, il tempo di permanenza media degli stranieri negli esercizi ricettivi mostra – secondo il MISE – un trend negativo ed è “considerevolmente inferiore ad altre capitali europee”.

Se questi sono i dati, ci si chiede se non sia il caso di investire anche su un altro tipo di turismo. Perché no? Forse qualcosa si può spiegare con un retaggio che parrebbe a questo punto opportuno superare. La sociologia urbana è ora infatti costantemente chiamata a confrontarsi con l’urbanistica, per la stretta relazione tra spazio e società, tra strutture fisiche e sociali, ma gli urbanisti hanno ritenuto a lungo di poter essere da soli a disegnare l’organizzazione sociale dello spazio, attribuendo primaria rilevanza al disegno come rappresentazione della vita sul territorio e come guida per la costruzione delle forme fisiche: la multidisciplinarietà degli approcci sembrerebbe al contrario oggi una risposta efficace per progettare la città.

Tornando al turismo, è interessante capire cosa sta succedendo a Venezia dove si entra ormai con una tariffa di 3 euro (che a breve dovrebbero arrivare a 10). Un provvedimento preso per tamponare la fuga di residenti: la città ne conta attualmente meno di 54.000, a fronte degli oltre 170.000 del dopoguerra. Lo spopolamento degli abitanti è andato di pari passo con l’arrivo di residenti temporanei, i visitatori e gli utenti di piattaforme come Airbnb, che solo a Venezia possono contare su un’offerta di 8.000 abitazioni.

Peraltro si consideri che tra il 2016 e il 2018 il numero di alloggi disponibili in Italia è salito del 78%: 30.000 a Roma, più di 18.000 a Milano, quasi 8.000 a Napoli e circa 11.000 Firenze.

Di fronte a tali numeri un turismo sostenibile, direi “resistente” è sempre più necessario per evitare la fagocitazione in uno storytelling urbano sui luoghi che, ai luoghi, fa molto male.

Come, ad esempio, l’operazione narrativa e mediatica di far passare lodevolissime ed esteticamente bellissime iniziative di street art come “riqualificazione”, fornendo alle amministrazioni, all’Ater, alla politica un grande alibi per non intervenire sulle strutture fondamentali che riqualificano un quartiere (i trasporti, la raccolta dei rifiuti, la manutenzione degli edifici scolastici, ecc.).

Ciò detto, la nota positiva è che negli ultimi anni si sono moltiplicate iniziative di turismo nei quartieri, a volte anche periferici.

L’associazione culturale Ottavo Colle, nata nel 2015 è stata pioniere in questo, organizzando le prime visite a Corviale, il km di cemento di cui moltissimi parlano, ma dove pochissimi vanno a camminare. Più che una associazione (ma ovviamente lo è!) Ottavo Colle è il colle che non c’è, quello della città poco raccontata ma assolutamente viva e pulsante, un punto di osservazione, un luogo dell’immaginario che si propone di osservare le trasformazioni e le dinamiche delle metropoli e delle identità urbane in movimento. L’associazione organizza incursioni urbane in spazi dismessi, in aree di archeologia industriale, in “periferie” storiche delle città italiane oggetto di gentrification per incrementare il turismo locale e la conoscenza dei quartieri. Per Ottavo Colle il cammino significa azione, costruzione e narrazione. Il percorso in uno spazio non è soltanto la linea che disegna l’atto di attraversare, ma è il racconto dello spazio attraversato insieme a chi lo abita.

L’Associazione vuole contribuire a valorizzare la metropoli, promuovendone soprattutto gli aspetti culturali, storici, artistici e l’accessibilità, per una città a misura di tutti e inclusiva di ogni differenza; oltre che a sviluppare l’attività di ricerca scientifica nell’area della trasformazione urbana. Il fine è l’unione tra memoria, coscienza del luogo e del tempo, coniugata con la ricognizione delle nuove realtà delle comunità urbane. Passeggiate contro lo stigma come quelle che si organizzano a Scampia insieme all’associazione Gridas fondata da Felice Pignataro. Passeggiate a Matera sui luoghi di Pasolini e del film “Il vangelo Secondo Matteo”. Passeggiate in “villaggi operai” italiani, come a Terni, Crespi d’Adda ecc. I filoni sono tanti, si possono riassumere in:

Segni Urbani: Monte dei Cocci, Corviale, Fungo dell’Eur, la Tangenziale, il Parco degli Acquedotti, il Gasometro, il Lido di Ostia.

Percorsi nelle 12 borgate ufficiali: Acilia, Primavalle, Trullo, Tormarancia, Quarticciolo, Villa Gordiani, Prenestina, San Basilio, Pietralata, Tufello, Val Melaina, Torre Gaia

Incursioni urbane nella #gentrification a Testaccio,Monti,

Pigneto,Trastevere, Torpignattara, Centocelle.

Passeggiate cinematografiche, poetiche e teatralizzate: il Trullo leggendo le favole di Gianni Rodari, Beat Generation al cimitero acattolico di Testaccio, Eur leggendo la sceneggiatura de “L’eclissi” di Antonioni, Quadraro leggendo la sceneggiatura di “Mamma Roma” di Pasolini, Testaccio leggendo la sceneggiatura di “Accattone” di Pasolini, i lotti della Garbatella con “Caro Diario” di Nanni Moretti, il Monte dei Cocci recitando “Le ceneri Gramsci” di Pasolini, la “Piccola Londra a Roma”, passeggiate a bordo del Tram 19 da Prati a Centocelle, passeggiata sul film “Una giornata particolare” a piazza Bologna, percorso sull’archeologia industriale tra Testaccio Ostiense e Marconi ecc.

Per concludere, parlare di periferie e centro ha poco o nessun senso. Lo vediamo quando leggiamo di passeggiate “contro il degrado e per il decoro” o in passeggiate che vanno a sottolineare gli aspetti “meravigliosi” delle periferie.

A mio avviso, questi approcci sono figli della medesima retorica: quella di voler continuare a leggere la città come una frattura fra centro e periferia invece che come organismo, con parti senz’altro più sofferenti di altre, ma in cui J. L. Borges avrebbe scritto, come ebbe a scrivere, che “le strade di Buenos Aires sono dentro di me come vene pulsanti”.

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