Città e turismo. Prima fermata: Metropolitana Garibaldi, Linea 1, Napoli

Napule è mille culure

Napule è mille paure

Napule è a voce de’ criature

Che saglie chianu chianu

E tu sai ca’ nun si sulo

 

Napule è nu sole amaro

Napule è addore e’ mare

Napule è na’ carta sporca

E nisciuno se ne importa (Napul’è, Pino Daniele, 1977)

 

E’ probabile che se fosse ancora vivo Pino Daniele vorrebbe cambiare l’ultimo verso di questo testo, scritto quaranta anni fa.

Per due motivi: lo stigma, entrato anche in terrificanti canzoncine da stadio “Napoli Colera, siete la vergogna dell’Italia intera” legato ai rifiuti urbani in strada è quasi del tutto cessato per una gestione dei rifiuti che – senza addentrarsi in tematiche riguardati l’ambiente – ha almeno il merito di averli tolti dalle strade attraversate, e fotografate, dal turismo di massa. Sono sotto al tappeto, nelle periferie, ma sono scomparsi – vivaddio- falsificando l’equazione Napoli uguale “monnezza”.

L’altro motivo è l’indifferenza. La perdurante “rinascita culturale” di Napoli alimenta l’orgoglio per la propria città, entrata a pieno titolo e tutto sommato recentemente – con alcune contraddizioni che descriveremo – nei circuiti turistici delle città d’arte, gareggiando con Roma, Venezia e Firenze.

I numeri dell’industria turistica che si registrano a Napoli (e nella Campania in generale) dal 2016 ad oggi sono stupefacenti. Quasi un milione e mezzo di turisti arrivati nel 2017, un incremento di circa il 91% rispetto al 2010. Un netto aumento della spesa turistica e circa il 30% di pernottamenti in più (secondo i dati Bankitalia); in centro è un proliferare di B&B e Airbnb e non è affatto raro leggere annunci di “bassi” in affitto; così la povertà diventa merce. C’è però da dire che di Napoli affascina (ancora per poco?) soprattutto il fatto che il suo centro storico è da sempre un quartiere popolare e la città mantiene (fino a quando?) tutte le peculiarità di una città diversificata per mestiere: zona universitaria, botteghe di artigiani, venditori di verdure, cantinieri, fabbri, falegnami, fiorai, carretti delle pizze fritte, “banchi dell’acqua” e tutto ciò a un prezzo accessibile (ancora per pochissimo?) per le tasche degli abitanti.

Col turismo di massa, Napoli può rischiare di diventare, a lungo andare, simile a Venezia, Firenze, Roma. Ma basta questo per opporsi al mercato del turismo tout court o è forse più equilibrato pretendere dalle singole amministrazioni o a livello legislativo nazionale (si veda la recente legge sugli affitti brevi, poi sfumata) una regolamentazione?

Non si può negare che gli abitanti di questa città stiano riscoprendo un senso di appartenenza anche grazie al turismo slow e a km0 praticato da molte associazioni culturali con l’effetto, tipico di un’ operazione di turismo resiliente, di contribuire a deviare i flussi turistici, indicando ai turisti percorsi alternativi e carichi di senso liberando così le strade esposte al rischio di overtourism.

Si pensi, ad esempio, alla rinascita turistica del rione Sanità o del rione Forcella.

L’uso delle piattaforme digitali per gli affitti temporanei sta trasformando il tessuto urbano e sta incidendo sulla distribuzione della ricchezza nelle città.

L’Italia è terza dopo gli USA e la Francia per numero di annunci (dati del 2017), con oltre 83.000 proprietari e 3.6 milioni di clienti all’anno.

Il fenomeno però non lo crea Airbnb, ma viene da molto lontano, a partire dall’evoluzione della forma urbana in Italia, con la città diffusa (lo sprawl di cui scrivono gli urbanisti) iniziato nel secondo dopoguerra e proseguito fino agli anni Novanta attraverso varie ondate di speculazione edilizia (per Roma, il PRG del 2008 con la creazione delle centralità urbane nate e cresciute a partire da centri commerciali); inoltre, la proliferazione dei voli low cost ha direttamente determinato la crescita esponenziale dal turismo di massa che è stata alimentata anche dal cambiamento delle abitudini.

Il selfie del mondo di Marco D’Eramo (Feltrinelli, 2017) è il testo di riferimento per questi ragionamenti. Airbnb si adagia sul materassino gonfiabile, e si può dire nomen est omen essendo Airbnb nato nel 2007 dall’intuizione di Brian Chesky e Joe Gebbia di affittare materassini gonfiabili dopo che i posti letto erano terminati in una zona di San Francisco a causa di una Conferenza che attrasse migliaia di persone. Ma la storia sarebbe rimasta romantica e senza futuro, se i due non avessero avuto ingenti iniezioni di denaro dai colossi della Silicon Valley. Non solo si adagia sul materassino gonfiabile ma Airbnb si gode anche il pranzo su una tavola già apparecchiata grazie a meccanismi e dinamiche in atto da tempo.

E’ vero che Airbnb rende conveniente per i proprietari non affittare i propri immobili per lunghi periodi ma c’entra anche il trattamento fiscale vantaggioso per gli affitti brevi, nonché la mancanza di controlli. Peraltro, non è questa la sola o principale causa dell’emergenza nazionale negli alloggi. Infatti, almeno il 30% del patrimonio edilizio esistente è vuoto e, peraltro, in una simile situazione e con la popolazione in calo si continua a costruire. Al riguardo si può osservare che è necessaria una legge per arrestare il consumo di suolo: l’appello arriva dalla Corte dei conti che nella sua deliberazione del 31 ottobre 2019 si è pronunciata sul tema, invitando Parlamento e organi di governo a produrre “norme e azioni di radicale contenimento del consumo di suolo”.

Già Carlo Argan scriveva che la Roma da lui osservata negli anni Settanta era una città di «case senza gente e di gente senza casa». Questa immensa città, tra le prime per estensione in Europa, è ancora così: sono 130 mila gli alloggi sfitti.

L’allarme in atto per il Coronavirus in Cina sta causando una valanga di disdette delle prenotazioni e degli arrivi negli alberghi, nei B&B, negli appartamenti di Airbnb e dintorni; gli operatori economici, gli imprenditori e il ceto politico sono preoccupati e questo riguarda soprattutto le città che hanno affidato alla “monocoltura economica del turismo” la loro sopravvivenza. Forse è stato un errore aver concentrato sulla rendita turistica gran parte delle potenzialità di sviluppo delle città, aver desertificato i centri storici di ogni attività artigianale, aver distrutto i mercati rionali per trasformali in piccoli centri commerciali dove il peso dell’orto-frutta e affini è assolutamente minoritario rispetto a quello dello street food e dell’abbigliamento. Un vuon esempio è il mercato dello storico rione Testaccio a Roma, distrutto e poi ricostruito come micro centro commerciale, ormai sette anni fa (nel film del 2014 di Eleonora Danco “N-Capace” al minuto 21 viene vandalizzato con un piccone). Ed è un errore il già ricordato sistema di tassazione che rende conveniente ai proprietari affittare per periodi brevi.

L’overtourism ferisce gravemente le città, produce una omologazione dell’offerta economica, avvelena ambienti fisici, rende fragili i sistemi territoriali ed economici che ad esso, si affidano.

Tutto vero. Non a caso si diffondono sempre di più forme di resistenza e di vera a propria lotta contro il turismo, ma della libera circolazione delle persone e della vivacità delle città non possiamo fare a meno.

Per reagire a tutto questo, la creatività di Napoli non si è fatta attendere. Negli ultimi anni sono nate molte associazioni culturali che hanno recuperato alcune chiese sconsacrate come Respiriamo Arte o che, come Insolita Guida propongono – come fa anche Ottavo Colle a Roma – percorsi alternativi con lo scopo di dirottare i flussi turistici dalle aree standard e più tradizionali verso zone più insolite. A Napoli le nuove destinazioni sono soprattutto il Rione Sanità, il Cimitero delle fontanelle recuperato grazie alla cooperativa sociale La Paranza, i Quartieri Spagnoli e zone panoramiche quali Petraio e la discesa della Pedamentina.

Dice Luigia Salino, presidente di Insolita Guida “siamo consapevoli che i tour di massa in alta stagione creano non pochi disagi nel centro antico e questo è tra i motivi che ci spingono a cercare nuovi itinerari al di fuori del centro antico, soprattutto per esaltare le bellezze della città in tutti i suoi quartieri”. Quindi, demonizzare il turismo forse non conviene; è, invece, necessario fare dei distinguo e porsi degli interrogativi. In questa prospettiva è opportuno tener presente che spesso nel mercato del turismo, si spaccia per autentico ciò che ormai è falso da tempo.

Ma nel caso di Napoli c’è una particolarità che rende unici i suoi abitanti, fino a poter parlare di napoletanità.

Nello spirito della città c’è un’esagerazione intrinseca, una tendenza alla teatralizzazione, all’ironia cinica che comincia a non essere più rassegnazione anche grazie a un rinnovato senso di appartenenza per la città.

Dal miracolo di San Gennaro alla leggenda del Munaciello (citata addirittura in una puntata della soap opera napoletana più longeva e seguita in Italia “Un posto al sole”) il piccolo monaco, una delle figure esoteriche più famose e caratteristiche della tradizione partenopea che fa piccoli scherzi di notte e “abita” le case dei napoletani, passando per i romanzi di Roberto Saviano e di Elena Ferrante. Tutto a Napoli, teatro e fantasia, realtà e drammaturgia, tristezza e allegria è al contempo presente.

Ricordare che Napoli è ancora e anche questo, forse – forse – la salverà ancora per qualche anno dal diventare un parco turistico finalizzato a riprodursi senza rigenerarsi.

E se ciò accadrà vorrà dire che i soggetti pubblici saranno intervenuti in  modo appropriato, disciplinando  i legittimi interessi privati – sia tassando in misura adeguata i redditi che i piccoli proprietari potranno trarre dall’affitto dei loro piccoli appartamenti, soprattutto nei quartieri più poveri, sia regolamentando le attività commerciali –  e facilitando l’attività di quei soggetti che sono impegnati a dirottare i flussi turistici nelle zone meno frequentate ma non meno interessanti della città.

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