Turisti e residenti. C’è possibilità di collaborazione con un’alleanza redistributiva?

Le strade di Buenos Aires

sono già le mie viscere.

Non le avide strade

scomode di folla e di trambusto,

ma le strade svogliate del quartiere,

quasi invisibili per l’abitudine

intenerite da penombra e da tramonto

e quelle più fuori

prive di alberi pietosi

dove austere casette si avventurano appena,

oppresse da immortali distanze,

a perdersi nella profonda visione

di cielo e pianura.

Sono per il solitario una promessa

perché migliaia di anime singolari le popolano,

uniche davanti a Dio e nel tempo

e senza dubbio preziose.

Verso l’Ovest, il Nord e il Sud

si sono dispiegate – e sono anche la patria –

spero che nei versi che traccio

ci siano quelle bandiere.

J. L. Borges, Le strade

 

Il dibattito sulla “turistificazione” delle città e dei centri storici italiani, e di pari passo, sull’esigenza abitativa non soddisfatta delle classi popolari, si fa sempre più pressante fino ad arrivare in alcuni casi, a demonizzare quello che almeno a Roma è l’unico settore in crescita: quello ricettivo e turistico.

In un manifesto del 2018 (“Set, Sud Europa contro la turistificazione”) una rete di città prende posizione contro l’uso “turistico” dei luoghi, e introduce importanti nuovi argomenti nel dibattito sulla gentrification. Purtroppo, però, in una visione “nimby”, e con alcune contraddizioni.

“I quartieri una volta costruiti, di regola, cambiano lentamente nel corso degli anni… i residenti si lamentano del fatto che il quartiere sia cambiato. Eppure in realtà fisicamente è cambiato davvero poco. I sentimenti delle persone a riguardo, piuttosto, sono cambiati. Il quartiere mostra una strana incapacità di aggiornarsi, rianimarsi, ripararsi o essere ricercato come luogo, per scelta, da una nuova generazione. Ciò che è morto in realtà era morto dalla nascita, ma nessuno se ne è accorto fino a quando il cadavere non cominciò a puzzare”. (Jane Jacobs, The Death and Life of Great American Cities, 1961).

Nella rete che ha promosso il manifesto ci sono città come Venezia, Valencia, Siviglia, Palma, Pamplona, Lisbona, Malta, Malaga, Madrid, Girona, Donostia/San Sebastian, Canarie, Camp de Terragona e Barcellona. I presupposti da cui nasce il manifesto sono a prima vista condivisibili:

  • l’aumento della precarizzazione del diritto all’alloggio, conseguenza di processi di gentrificazione legata alla speculazione immobiliare per fini turistici;
  • l’aumento del costo della vita e la trasformazione delle attività commerciali di prossimità in attività turistiche, che non rispondono più alle esigenze della popolazione locale;
  • la massificazione dei luoghi, che snatura la vita quotidiana degli abitanti;
  • la saturazione del sistema di trasporti locale, soprattutto nei centri più piccoli;
  • la dipendenza dell’economia locale dal settore turistico che l’espone ad una maggiore fragilità e precarizza le condizioni di lavoro, spesso con salari più bassi, esternalizzazioni, lavoro in nero, stagionalità;
  • l’inquinamento ambientale e lo sfruttamento di risorse e territorio, anche per la costruzione di infrastrutture che non servono la popolazione, bensì il turismo;
  • infine, la banalizzazione del territorio che diviene una sorta di parco tematico.

Tutto condivisibile, se è vero – e lo è stando al portale Inside Airbnb che monitora la penetrazione degli affitti brevi di Airbnb nelle città – che a Firenze, Venezia, e nel centro storico di Roma sempre più proprietari hanno deciso, per procurarsi reddito, di gestire i propri alloggi come piccoli B&B che vengono definite locazioni turistiche, perché a differenza degli alberghi o dei Bed and Breakfast non forniscono alcun servizio aggiuntivo (colazione o pulizia giornaliera ad esempio). Per restare a Roma, nelle zone comprese tra Trastevere, Rione Monti e il Colosseo sono segnalati quasi 15 mila appartamenti destinati a locazioni turistiche (su 29mila disponibili in tutta la Capitale); due anni fa, nel 2017, erano 3 mila di meno.

In questo modo, però, il problema viene inquadrato localmente, in un’ottica nimby – Not in my back yard – mentre l’impatto del turismo di massa è un problema globale, che dovrebbe interessare in primo luogo le amministrazioni locali e centrali

Un recente studio pubblicato dall’Università di Sidney sul crescente impatto ambientale del turismo di massa – fenomeno in espansione grazie soprattutto al crescente potere d’acquisto della classe media in Cina ed in India e allo sviluppo del trasporto aereo – indica che l’impronta di carbonio del settore è 4 volte più alta di quanto ci si aspettasse, e pari ad oltre il doppio di quella dell’intero commercio internazionale. Si tratta dell’8 per cento del totale delle emissioni di gas serra in un anno. Anche solo questo dato, al di là dei problemi individuati da Set, dovrebbe farci ragionare sull’impatto non solo climatico, ma anche sociale e culturale, del turismo di massa e sul fatto che sia urgente e necessario trovare delle regole globali. I ricercatori australiani suggeriscono, ad esempio, di ridurre gli spostamenti internazionali aumentando i costi dei voli con una sorta di Carbon Tax.

Tutte le iniziative locali, come quella di Set, sono bene accette; occorre affrontare però il problema nel suo complesso, evitando il rischio di cadere in un esercizio di campanilismo che non affronta e non risolve i veri problemi. Il turismo non è il diavolo ed è un fondamentale volano economico; non solo, nella sua versione di turismo locale a km 0, che coinvolge gli abitanti stessi dei quartieri trasformandoli in guide locali, può contrastare la gentrification nelle periferie. Peraltro occorre intendersi sul termine gentrification: se tutto è gentrification, ovvero allontanamento e sostituzione violenta delle classi originarie di un luogo in virtù dell’arrivo di una classe socialmente ed economicamente più forte, allora nulla è gentrification.

Uno dei problemi reali è che nei centri storici delle città italiane ci sono sempre meno residenti. Il ciclo è questo: i prezzi salgono, i turisti (che a Roma nel 2018 sono stati circa 13 milioni) aumentano e i residenti diminuiscono. Diminuendo i cittadini, i quartieri del centro storico perdono la propria identità e offrono un simulacro di tipicità artigianale composto da tovagliette a quadri bianchi e rossi, spaghetti congelati scaldati al micro onde dal cuoco bengalese, il più delle volte pagato in “nero”.

In altri casi il volano economico indotto dal turismo ha consentito proprio di ripopolare i centri storici. E’ il caso della città portoghese di Porto (si parla non a caso di “modello Porto”) che si è trovata alle prese con il gravissimo problema del declino demografico. Dopo la chiusura del suo porto marittimo principale, l’industria si è trasferita altrove o è entrata in crisi, mentre le società finanziarie si sono spostate nella capitale Lisbona. La città ha registrato la perdita di 100.000 dei 330.000 abitanti che aveva alla fine degli anni Settanta, in coincidenza con il trasferimento di ampi settori della classe media nelle zone suburbane. Ora il turismo, con la localizzazione delle principali compagnie low cost nell’aeroporto della città, è talmente pervasivo e ha talmente ripopolato la città, da determinare le proteste dei residenti.

Occorrerebbe agire globalmente e favorire un turismo a basso impatto ambientale, possibilmente a chilometro zero, o utilizzando mezzi di trasporto sostenibili, a partire dal treno e dalla bicicletta e anche a piedi. Un turismo più slow e consapevole, che guarda alla sua sostenibilità sul territorio, che sta sempre più prendendo spazio nel mercato del nuovo turismo esperenziale dove la meta non è solo il luogo, ma anche le esperienze che si possono fare con gli abitanti del luogo (artigiani, pastori, lavoratori di caseifici, artisti locali ecc.). Occorre appoggiare questa trasformazione. Chiudere le città serve a poco o a nulla. Servono scelte politiche lungimiranti e il cambiamento della cultura del turismo in un mondo che diventa sempre più piccolo e globale, in cui i localismi non hanno senso.

Non città e luoghi a numero chiuso, come Venezia o, a Roma, la Fontana di Trevi, o, in Spagna Ibizia e Mallorca ma una nuova sensibilità per chi visita i luoghi affinché non li usi, ma vi appartenga. Le città non sono solo abitazioni, monumenti, piazze e strade. Le città sono donne e uomini, storie e immaginari. Certamente non possono appartenere agli speculatori che sfruttano il valore dei luoghi al solo fine di accrescere il capitale. Di chi sono, dunque le città. Di chi le costruisce, di chi le abita o di chi le rivendica come luogo proprio? Chi, però, tra quelli che le hanno costruite è ancora vivo, anche solo generazionalmente, ha titolo per rivendicarne il possesso? Chi le abita, può rivendicarne a buon diritto lo jus soli? Chi, infine, tra coloro che ne rivendicano, demagogicamente il possesso, è giustificato a farlo? Jane Jacobs, citata in precedenza, risponde a chiare lettere che nessuno di questi pretendenti è legittimato a rivendicare alcunché se non ha un’effettiva consapevolezza del luogo in cui abita ed agisce. Il senso del luogo è comunità e cultura.

Se non c’è cura delle narrazioni dei luoghi, non c’è senso del luogo e non c’è forma di resistenza o resilienza alla speculazione. Il luogo diventa un contenitore di umanità, un “non valore”, se si esclude il valore immobiliare e speculativo. Jane Jacobs si è battuta contro la speculazione cercando di restituire comunità, storia e senso ai luoghi, per renderli “resistenti” e resilienti alle sue lusinghe. Per mantenere viva la sua lotta per la memoria ed il presente dei luoghi, in tutto il mondo, da quando è morta 12 anni fa, si svolgono i “Jane Jacobs walks”. A queste passeggiate partecipano turisti locali, che scoprono elementi del loro territorio che non conoscevano, oppure li testimoniano, e turisti “stranieri”, magari provenienti dall’estero o semplicemente dai quartieri circostanti, curiosi di sapere cosa c’è intorno al loro orto concluso. Se si decide di vivere in un quartiere è perché si trova valore in quello che si apprende e in ciò in cui ci si riconosce. Il valore non è immobiliare ma immateriale. È fatto di storia, di cultura ed umanità.

La gentrification colpisce le comunità deboli, quelle chiuse, non in grado di rigenerarsi aprendosi a nuove idee e a nuovi stimoli. Le comunità, se vogliono sopravvivere, devono aprirsi e non chiudersi. Devono accompagnare il proprio cambiamento, non restare immutabili. Devono trovare il modo di mantenere viva e tramandare nel cambiamento la propria narrazione se non vogliono sparire. Il turismo etico, l’incontro con l’altro, sono tutto questo. Ed il lavoro culturale nel turismo o in altre forme, è un lavoro e come tale ha un valore, un costo ed un ovvio ritorno economico per i lavoratori che impiega. Tutto il resto è retorica. La gentrification è quel che capita ad ogni quartiere che eleva le sue condizioni. E’ di fatto un fenomeno che va di pari passo coi tempi. Il demone non è il cittadino che intende aprire un nuovo locale in un quartiere perché più attrattivo rispetto al passato; il demone è la liberalizzazione delle licenze commerciali che non garantisce più la diversità dei generi in vendita (e così le strade dei centri storici si riempiono di paccottiglia di souvenir Made in China al posto delle botteghe artigianali o delle piccole librerie). Il demone è che tutto ciò non venga regolato, è che gli abitanti non possano difendere il loro diritto a restare di fronte agli sfratti. Il demone è la mancanza di misure fiscali serie sugli affitti a breve di Airbnb. Gli anticorpi a tutto questo dovrebbero collocarsi in una città che tenga conto degli interessi economici privati e di quelli del mercato immobiliare. E del diritto all’abitare dei cittadini insieme al diritto al loisir, alla mobilità, al godimento di un turismo che non sia meramente speculativo.

Tutto quello è sintetizzato nel termine coopetition, cioè “coopetizione”. Il termine coopetition indica una strategia di tipo competitivo-cooperativo tra due o più imprese concorrenti, che collaborano per realizzare una o più fasi di produzione di un determinato bene o servizio.

Normalmente la “coopetizione” è finalizzata alla ricerca e sviluppo congiunta di nuovi prodotti o servizi base, così che le imprese possano condividere una parte di strategia, integrando risorse e competenze reciproche e abbattendo costi di ricerca e sviluppo. Quando il risultato è raggiunto, le imprese proseguiranno separatamente.

Contrariamente a ciò che si potrebbe immaginare, è l’atteggiamento cooperativo nel lungo termine a consentire una sopravvivenza sostenibile e durevole, non la competizione.

Certamente il turismo è una attività economica; ma anche l’alleanza tra cittadini, la famosa comunità urbana spesso invocata, può esserlo in quanto portatrice di interessi.

Perché le strade, per dirla con Borges sono sì “patria” ma anche sede di “folla e trambusto” e non possono chiudersi.

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